
Memorie
sulla Festa dei Rioni , per gentile concessione di Alessandro Giunti
Breve
memoria sulla Festa dei Rioni
|
Introduzione
Le
origini e il 1977
Il
1978
Il
1979
Il
1980
Il
1981
Il
1982
Il
1983 e l'epilogo
[Strapaese è] un po’ più giù
di Firenze un poco più su di Siena
Qualcuno si commosse. I più si dettero al “come eravamo”.
In quella esposizione, da me ideata e curata con Marco Tirinnanzi e altri, c’era
in po’ di tutto: circa 300 fotografie e 170 diapositive proiettate di
continuo; una videocassetta di immagini filmate; varî cimeli, elaborati costumi,
gadgets; coppe, targhe e tutti i sei barilotti, più il paliotto del primo anno,
per la prima volta riuniti. C’era perfino l’enorme drago di cartone
del rione Shanghai che compare nelle foto : 

Dall’abbondante quantità di materiale iconografico furono scelte le 178
immagini che compongono l’album ricordo della mostra, selezionate da me
e da Andrea Brogi, che all’epoca gestiva il negozio di fotografia “L’occhio
magico” e che aveva collaborato non poco alla raccolta delle fotografie
fra la popolazione.
L’album, pagato per metà dal Comitato della Festa patronale e per metà
dal Circolo culturale Don Luigi Profeti, costò una cifra e la qualità delle
immagini non è perfetta; sgranate le stampe e scure le diapositive. Cinque anni
fa non andava ancora di moda la riproduzione computerizzata delle immagini e
gli scanner erano quasi una rarità. Ci si dovette perciò accontentare delle
fotocopie a colori.
Sebbene destinato all’archivio parrocchiale o a qualche ventura istituzione
deputata alla conservazione delle memorie patrie, il prezioso reperto si trova
tuttora in casa mia. Prima di consegnarlo vorrei corredare le foto di qualche
didascalia, lavoro lungo e tedioso.
Ma le immagini, per quanto spiegate, forniscono solo un quadro parziale, non
esaurendo tutto quello che è utile a raccontare il Torneo del barilotto.
Ho perciò ripreso una mia vecchia idea, quella di scrivere una breve storia
di quei memorabili sette anni, (1977-1983) ad uso di chi non c’era e di
chi, pur essendoci stato, si ricorda poco. Un complemento essenziale per la
raccolta di fotografie e una memoria di un particolare momento di vita
(stra)paesana.
Piccola cosa, ma troppo bella per essere dimenticata.
Era uno stress immane e perciò forse ebbe termine, ma non posso non ricordare
con nostalgia quanto divertimento ci procurava quella settimana di accanita
passione.
Si creavano odî effimeri (non sempre), amicizie durature e coppie che tuttora
crescono e si moltiplicano, anche perché in quella settimana si smetteva di
frequentare gli amici abituali e ci si accompagnava solo a gente del proprio
rione, senza limiti di età. Fu uno strumento di socializzazione potentissimo.
Quelli della mia generazione se li sono proprio goduti quei momenti; a
diciotto-venti anni nulla ci era precluso: gare sportive, giochi sul palco,
scenette, lavoro organizzativo e materiale.
Ci bastava poco per divertirsi; le uniche canne che conoscevamo erano quelle
da pesca, le uniche pasticche le aspirine; tatuaggi e body-percing erano
cose del tutto ignote. Il maresciallo Lo Savio ci richiamava spesso, ma ci considerava
per quello che eravamo: bravi ragazzi.
Mi si obbietterà che la mia non è nostalgia per la Festa di allora, ma
solo per la passata giovinezza. Bisognerebbe chiederlo a Giulina (Giulia Galgani)
che ha passato la novantina ed è cieca, quale ricordo conserva della Festa dei
rioni, lei che si raccomandava sempre a S. Antonio perché vincesse il Fiume.
Oppure a Toto Pellegrini, che di anni ne ha sessantotto (più o meno il numero
delle sigarette che fuma in un giorno), o a Ines Canocchi, o a Nello Viti, o
a Moranda , Bruna Vanni e Asmara che sfilavano orgogliose vestite da contadinelle,
fra rócche, carretti di polenta e olle piene di uova.
Oppure ai 12-13enni di allora, quelli della foto che mi è più cara (
).
Nella contentezza di quei visi bambini è riassunto lo spirito della festa più
che in mille spiegazioni.
Questa non è una nuda e arida cronaca dei fatti, sono i ricordi di chi fu tra
i protagonisti, integrati da quelli di qualche amico, da pochi appunti e dagli
“Annales Castelli”, numero unico in tutti i sensi.
L’essere ormai trascorsa una quindicina d’anni, credo che mi esoneri
dall’obbligo a una maniacale e bilanciata obbiettività. Sopite le passioni,
per il tempo e per l’estinzione dell’oggetto, anche i risvolti
personali dei vecchi asti dovrebbero essere considerati ormai con pacato distacco.
Sarebbe interessante accompagnare questa breve memoria con altre tre di persone
che appartenevano ad altri rioni; in fondo (mi si passi il paragone) anche
la completezza della narrazione evangelica deriva dalla giustapposizione di
quattro diversi racconti.
Fra odî e amori, rabbia ed esultanza, la breve parentesi dei Rioni movimentò
la routine quieta di questa comunità, di cui mostrò le virtù e soprattutto i
difetti. Le virtù e i difetti della vita di paese.
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Mino Maccari
che questi luoghi li conosceva bene, essendo nato a Siena e avendo antenati
che vivevano a Badia a Isola. Leggendo la definizione di Strapaese che ho citato
in epigrafe mi sembra che si attagli perfettamente a Castellina , per l’ubicazione
ma anche… per la mancata menzione sulle carte geografiche. E non
solo su quelle più vecchie: Encarta Microsoft su cd rom, che si vanta
di essere “l’atlante multimediale più completo e aggiornato”,
ignora del tutto il nostro (stra)Paese.
Dedico questa piccola memoria al mio “natio borgo selvaggio” e alla
sua più bella tradizione : la Festa patronale di S. Maria Nascente.
La dedico anche ai posteri, che non sanno quello che si sono persi e che forse
grazie ad essa un po’ lo capiranno; a quelli che fra cent’anni si
troveranno in casa vecchie, fotografie o strani cimeli e si chiederanno che
cosa raffigurano; a quelli che fra cent’anni studieranno la storia locale
con qualche interesse per le piccole cose; agli antropologi del terzo millennio.
L’organizzazione era curata dal Gruppo Sportivo di allora che ne ricavava un
discreto introito, essendo, come oggi, le entrate superiori alle spese.
Per spiegare questo fatto bisogna ricordare che il G. S. aveva avuto
origine dal vecchio comitato dei festaioli dell’8 settembre. Quest’organo, che
un tempo variava la sua composizione di anno in anno, col tempo si era
cristallizzato in un ente di promozione paesana che allargò la sua composizione
dando vita al sodalizio sportivo, verso la fine degli anni 60.
La Festa procedeva quietamente anno dopo anno. Come oggi si inaugurava con la
processione a Castiglionalto e si chiudeva coi fuochi d’artificio e il ballo
dell’8 settembre. C’erano giochi per tutti, spettacoli, uno stand gastronomico;
nell’immagine generale della Festa forse prevaleva un po’ l’aspetto
ludico-sportivo su quello religioso.
A modificare (e sconvolgere) questa annuale routine arrivò, come un ciclone, la
Festa dei Rioni.
L’idea venne a Giovanni Scalera, dietro suggerimento del suo amico Giuseppe
Catturi, un giovane professore universitario di ragioneria che abitava a
Belverde. La cosa piacque al Gruppo sportivo e i due furono incaricati di
avviare l’organizzazione della manifestazione.
Ricordo ancora, nella tarda primavera del 1977, la riunione in cui fu
illustrata l’iniziativa ad alcuni giovani del paese perché la diffondessero tra
gli abitanti delle costituende contrade.
Lo Scalera presentò una divisione territoriale già fatta da lui. Saggia
decisione, perché se avesse preteso di ascoltare ed accontentare tutti ancora
oggi se ne discuterebbe. Anche in quella sede ci furono non pochi mugugni. Il
criterio di far coincidere i confini con le vie scontentò chi voleva unirsi ai
dirimpettai, separò qualche casa dal vicinato, ma, alla fine, fu accettato da
tutti.
Ne risultarono quattro rioni equilibrati territorialmente, ma non
demograficamente (v. cartina).
Il rione poi denominato Campi aveva per confini: Via Guglielmo Marconi lato
nord, la Cassia e il limite settentrionale del comune di Monteriggioni.
Il futuro Shanghai era compreso tra la Cassia, via Berrettini lato nord e la
Chiantigiana fino alla ferrovia. Il Fiume aveva per termini via Achille Grandi,
la Cassia, via Berrettini, via Chiantigiana lato est (praticamente la Bertolli)
e tutto quello che era compreso tra la ferrovia e la Staggia. Il Castello era a
sud di via Marconi e di via A. Grandi fino al Mulinbianco.
In seguito ci fu qualche ampliamento (v. oltre).
Il Fiume non arrivava a 200 abitanti, peraltro abbastanza sparpagliati, il
Castello veleggiava sui 240-250, i Campi un po’ più di 300 e Shanghai sui 350.
Negli anni la composizione demografica dei rioni conobbe qualche mutamento,
anche grazie allo sviluppo urbanistico (nel ’77 fu avviata la lottizzazione di
via 8 marzo)
Il prof. Catturi espose invece lo svolgimento dei giochi. Il torneo, denominato
“Scala quaranta”, consisteva in gare sportive e giochi all’aperto e
(soprattutto) in alcune serate di quiz e di spettacoli.
Il meccanismo era un po’ farraginoso: occorreva una squadra di volenterosi
decisi a istruirsi in una materia a scelta e in altre imposte, su cui vertevano
poi le domande. Queste erano di due diversi gradi di difficoltà e davano un
punteggio che si sommava a quelli delle gare sportive e a quelli che
un’apposita giuria attribuiva alle “scenette presentate alla fine di ogni
serata.
C’era la particolarità che, non appena raggiunti i quaranta punti, una squadra
poteva decidere di tenere per sé quel che aveva guadagnato oppure toglierlo a
un avversario. C’era la busta jolly, che permetteva di raddoppiare il punteggio.
Alle gare sportive e ai giochi i punti venivano assegnati col sistema
dell’8-6-4-2, ovvero otto al primo classificato, sei al secondo e così via.
Talvolta anche 4-3-2-1.
I ragazzi interpellati si dettero da fare e ben presto in paese si cominciò a
parlare della nuova festa e a organizzarsi.
Ho trovato fra vecchie scartoffie un verbalino della riunione del mio
Rione, in data 28 luglio in cui oltre a decidere come chiamarlo e che colori
scegliere, si parlava di come sensibilizzare la popolazione e come affrontare
le gare. Il più vecchio dei presenti aveva ventidue anni!
Ben presto tutti i rioni ebbero la loro tifoseria, il loro nome e le loro
insegne.
Il Castello, rosso-bianco, si chiamò così perché ospitava Castiglionalto nel
suo territorio.
I Campi, bianco-verdi, invece avevano il campo sportivo, il camposanto e tanti
campi coltivati.
Il Fiume, dopo qualche incertezza, scelse un nome quasi ovvio e come colori
il bianco e l’azzurro
Il nome più estroso fu quello di Shanghai, che occorre spiegare. Era così
chiamata una piazza di Castellina che per lungo tempo non ebbe illuminazione
pubblica, benché vi sorgessero due cospicui palazzi. A qualcuno tutto quel buio
dovette evocare le torbide atmosfere delle viuzze cinesi e così nacque
“Shanghai”. Nel 1977 i lampioni c’erano, ma il nome era rimasto e si prestò
benissimo a designare il neonato Rione, nonché a fornirgli inesauribili spunti
di folclore. Colori: rosso e giallo.
Agli inizi di settembre la gente aspettava con curiosità e interesse. Ci si
cominciava a organizzare e il paese era tutto imbandierato. E così
prese il via la Festa dei Rioni.
Teatro del debutto fu la sala del cinema Lux gremita in buon modo.
Ricordo le materie scelte dai Campi e dal Fiume, rispettivamente: i segnali
stradali e l’astrusissima “rivoluzione industriale”. Tanto astrusa che Marco
Maestrini ed io facemmo subito una modesta figura. Provvedemmo , dalla serata
successiva, a cambiare settore dello scibile (si poteva), optando per le più
abbordabili capitali del mondo. Le sapevo tutte e gran parte ancora le
ricordo. Fu un successone e dalla seconda serata la strada fu tutta in discesa;
non sbagliammo risposta (o quasi). Oltre alla materia a scelta, c’era la
cultura generale e qualcosa su Castellina e il suo territorio.
La lotta era tra noi e i Campi e ricordo che Castello e Shanghai ci sottrassero
i punti avuti in sovrappiù grazie a una busta jolly.
L’ottimo punteggio nei quiz, unito a discreti piazzamenti nelle gare
sportive ci condusse ben presto alla vittoria. Una libidine immensa.
La festa assunse fin da subito alcuni connotati che l’avrebbero contrassegnata
in tutte le sette edizioni. Uno fu l’accanimento quasi da stadio, che
sconfinava spesso in vero e proprio astio. Ci si conosceva tutti e le occasioni
per sfottersi non mancavano.
Un altro lo spirito folclorico-carnascialesco che si esprimeva soprattutto
nella “sfilata” dei rioni. Curiosamente, questo.… carnevale settembrino, non fu
ideato dagli organizzatori, ma nacque singolarmente e spontaneamente in ogni
rione. Tanto spontaneamente che ognuno sfilò per conto proprio la prima
domenica di settembre. Fu subito istituzionalizzata, per ragioni di ordine
pubblico, ma anche perché richiamava gente da fuori. Castellina si ritrovò
invasa da contadini, cinesi, gente in abito medievale e pescatori e bagnanti.
Invero, noi del Fiume da questo punto di vista eravamo quelli messi peggio e ci
restava difficile competere con gli estrosi travestimenti degli altri.
Cito dal mio diario una delle poche cose che ho scritto sull’argomento: “Con
oggi si è aperta ufficialmente la festa patronale. Di pomeriggio la corsa dei
carretti, poi noi del rione Fiume s’è fatto la nostra sfilata dopo che
l’avevano già fatta i Campi di mattina e il Castello, uscito con una decina o
quindici elementi in costume e poco seguito di popolo (circa 4 persone). Noi
s’è fatto la nostra sfilata senza tanto sfarzo, con un numero giusto di
persone.” Acido e naïf come può esserlo un diciottenne.
La domenica successiva o forse l’8 settembre, sfilammo tutti insieme e la
parata diventò una cosa seria
Anche da qui si vide subito che la popolazione dei quattro quartieri non era
per niente equilibrata, ma la qualità compensava talora la quantità, come
suggeriva il motto del rione Fiume: “Pochi, ma buoni”.
Le immagini della prima sfilata “ufficiale” mostrano una certa approssimazione,
caos e kitch. Gli abiti di Castello e Shanghai non avevano ancora
lo sfarzo degli anni successivi. I Campi non esibivano ancora cose esagerate,
tipo mietitrebbiatrici o gabbie con vitelli e noi eravamo quattro gatti
casinisti.
Ma era bella egualmente.
Nacque già qualche screzio. Gli abitanti dei Campi non digerirono molto la
sconfitta e ci lanciavano acide frecciate. Gli altri due Rioni ci
inviarono invece messaggi di congratulazioni. Quello di Shanghai era
indirizzato “all’Ammiragliato della gloriosa Marina fiumense e da allora furono
così chiamati gli abitanti del mio Rione, che fecero largo uso anche
dell’aggettivo glorioso.
Nacque anche un’altra tradizione: la cena. I succitati fiumensi si ritrovarono
alla trattoria Taverna del gallo (allora l’unica) per festeggiare la vittoria.
Dall’anno successivo tutti, vincitori e vinti, celebrarono la fine della
Festa con pranzi e cene.
La struttura societaria dei rioni all’inizio fu abbastanza approssimativa e
solo nelle edizioni successive emerse la figura del capitano, come guida
e come responsabile nei confronti dell’organizzazione. Allora le decisioni
erano assembleari e chi lavorava comandava.
Tra le gare sportive ricordo il torneo di pallavolo in via Berrettini, la
staffetta a quattro sul “giro del Norge”, il tiro alla fune (credo, vinto da
Shanghai), la già tradizionale corsa dei carretti, cui ogni rione doveva
partecipare con almeno un iscritto.
La vocazione filodrammatica dei castellinesi emerse anche in questa occasione.
Furono partorite scenette esilaranti. Ne ricordo alcune, come la prima scenetta
del mio rione, “Le Strullentruppen”, dove, aiutati dal cane Zimbo,
impersonavamo improbabili soldati nazisten. Una cosa che colpì molto la platea
fu l’apparizione di un infermiera che trascinava un uomo in valigia, evidente
parodia della recente fuga di Kappler dall’ospedale militare di Roma. Un’altra,
demenziale, rappresentava un intervento chirurgico con decesso del
paziente, viscere finte e vere (di bove!) a giro, nonché fleboclisi di
vino.
Un’altra buffissima fu quella dei Campi in cui l’atleta Livio Begnuti (evidente
parodia di Berruti) interpretato da Gianfranco Favilli detto Begna, si lasciava
indietro tutti i corridori suoi concorrenti storditi dall’afrore delle sue
scorregge.
Al quartiere vincitore fu dato quale premio un paliotto di seta, dipinto da
Andreina Mechini, che raffigurava una pianta stilizzata del paese coi colori
dei quattro rioni. La vicinanza di Siena si faceva sentire.
Dall’anno successivo fu sempre portato in parata a mo’ di labaro. 
Il trofeo fu ritirato senza troppe cerimonie e si cominciò a pensare alla festa
dell’anno successivo.
Anche qui si comincia con una riunione, tenuta presso il G.S. , che allora
aveva la sua sede sopra il Bar Sport (o Barrino), nelle stanze attigue alla
cabina di proiezione del Cinema Lux.
Si trattava di individuare un oggetto caratteristico da utilizzare come simbolo
e nome della festa, nonché, debitamente riprodotto, da dare in premio a chi
vinceva. Si parlò di coppe, statuette, improbabili grolle e delle cose più
strane. Finché qualcuno, in omaggio alla vocazione enologica
della nostra terra, non propose il caratello.
La cosa piacque e fu accettata da tutti; il trofeo della vittoria sarebbe stato
un caratello di bronzo. E così fu. Sennonché il simpatico, toscanissimo
vocabolo, per un errore di chi curò la pubblicità della festa (che forse tanto
toscano non era), si trasformò inopinatamente nel suo più banale sinonimo: il
barilotto. E tale rimase.
Semplificato il meccanismo dei giochi “sul palco, la gara mantenne più o meno
la struttura dell’anno precedente. La sfilata aumentò d’importanza e fu
stabilito di premiare la migliore.
Fra i giochi all’aperto fu mantenuta la pallavolo (mista), e furono introdotti:
la staffetta ciclistica femminile, la corsa sui trampoli per Via Berrettini e
lo sport nazionale, il calcio, fonte della prima grossa polemica.
Vale la pena di parlarne e la prendo larga.
Sull’onda di questi ampliamenti i Campi pensarono bene di far partecipare al
torneo di calcio un ragazzo residente in una villetta situata nel Pian
del Casone, tale Marco Rossi, valente calciatore, ma del tutto sconosciuto a
Castellina.
Il primo sfidante, ovvero il Castello, fece immediatamente (e
giustamente) opposizione. Gli avversari, tra cui non mancavano i
“facinorosi”, minacciarono la rivoluzione. L’organizzazione, pro bono
pacis,
cedette alla prepotenza e ammise il Rossi.
L’inimicizia tra Campi e Castello da allora fu acerrima e accanita e la
popolarità del G. S. ricevette un discreto colpo. Purtroppo non fu questa
l’unica occasione in cui il diritto si piegò alla protervia e la tendenza la
compromesso contò più del rispetto per le regole.
La gran parte dei punti proveniva ancora dalle serate sul palco, ma le gare
sportive erano ormai entrate nel cuore di tutti ed erano per molti l’occasione
per cercare di primeggiare sugli amici. Ne ricordo due in particolare: la corsa
dei trampoli perché è l’unica a cui ho partecipato (con scarso successo, se ben
ricordo) in sette anni e la staffetta ciclistica femminile perché fu stravinta
dalle ragazze del mio rione, Daniela Canapini, Sonia Maroni ed Emanuela
Siragusa, che all’epoca aveva solo dieci anni.
La corsa si disputava, ovviamente, sul “giro del Norge”, ovvero Berrettini,
Cassia, Risorgimento (Norge) e Chiantigiana. Oggi può non sembrare tanto ovvia
la scelta, ma allora non esisteva via Di Vittorio e l’unico “anello” stradale
era quello. Le nostre atlete furono addestrate dal valido ciclista dilettante
Silvano Gambassi direttamente sul percorso, esercitandosi su curve e scatti.
Altri trascinarono le povere ragazze in estenuanti allenamenti chilometrici,
trascurando la tecnica. Fu una bella soddisfazione in un’annata amarissima per
noi.
Oltre alle solite scenette le serate furono concluse una volta da una canzone,
un’altra da un’imitazione. I punti attribuiti dall’apposita giuria entravano
nel conteggio finale del Torneo.
La serata delle imitazioni fu memorabile. Tutti bravissimi.
Silvano Maroni (Toppa) per il Fiume, fece il verso al Mea, celebre capraio gay
di Staggia.
I Campi presentarono due sketch, uno ambientato al bar Maroni, l’altro in cui
era satireggiato il più celebre guercio del paese, Egisto Piazzini, nell’atto
di ammazzare un porco. Quando uno di quelli che tenevano l’animale gli chiese
dove colpiva, Piazzino (interpretato da Mario Niccolini detto Memmo)
rispose: “- Dove guardo -“. E l’altro: “- Allora vo ai’ posto di’ maiale -“.
Col Castello si raggiunse l’apice. Fabrizio Morelli prima imitò sua nonna , la
simpaticissima matriarca padovana Palmira Farasin. Poi fece il verso a un altro
personaggio di Castellina, prendendo a spunto una lite di confine. Si trattava
di Anna Piazzini, coniugata Chellini, figlia del citato Piazzino e titolare
dell’unico negozio di scarpe del paese. Quando la gente capì che la bionda e
inviperita protagonista rappresentava lei, in sala cominciò il mormorio e tutta
la platea si girò a guardarla.
Poco soddisfatta del trattamento, la signora attese il Morelli fuori del Cinema
per dargli uno schiaffone. Ma Fabrizio aveva i riflessi pronti e si abbassò in
tempo per evitare la cospicua labbrata, che colpì chi gli stava dietro, ovvero
l’innocente Marcello Corbelli, altro protagonista (campigiano) della
Festa..
Si rise per giorni di questo episodio e ci fu chi propose di farci sopra
una nuova scenetta..
Se i Campi rivaleggiavano col Castello, anche tra Fiume e Shanghai si
instaurò una certa antipatia, dovuta più che altro all’antagonismo contingente.
La lotta infatti fu tra noi e loro, un testa a testa continuo. Ci difendemmo
come leoni, ma alla fine vinse Shanghai di un punto o due, dopo che ci avevano
invalidato una risposta che secondo me era giusta. Presentammo un ricorso
argomentando dottamente e chiaramente le nostre ragioni e chiedendo che un
eventuale rifiuto venisse motivato pubblicamente. Come dire brutto al cane! Si
limitarono a un laconico annuncio, senza l’ombra d’una spiegazione. Avevo
diciannove anni e un’immensa, ingenua fiducia nel prossimo, perciò rimasi
deluso e amareggiato. Sono passati vent’anni e qualche mese, ma il modo ancor
m’offende. Molti nel mio Rione ritennero che la nostra sconfitta. fosse stata
favorita per non far vincere sempre i soliti. Diventammo sempre più polemici,
astiosi e ostili all’organizzazione.
Nella serata finale noi presentammo una scenetta bruttina, ma coraggiosamente
autoironica. Due persone particolarmente attive nel mio rione, Donatella e
Iliana Canocchi , furono prese di mira da quelli di Shanghai e ribattezzate le
“sorelle Materassi”. Furono sbeffeggiate anche nella sfilata ( vedi
foto
) e
questo poco edificante accanimento personale fu percepito come offensivo dalle
interessate e da tutto il Rione. Nella scenetta di cui si diceva, le citate
sorelle si presentarono sul palco interpretando …le sorelle Materassi. Con
l’acredine che c’era nell’aria, nessuno premiò il coraggio e la presenza di
spirito delle mie troppo vituperate corrionali e lo sketch non ebbe un
punteggio sufficiente a ribaltare il risultato.
Dall’anno successivo le performances teatrali, benché obbligatorie, furono
premiate a parte come la sfilata, altra manifestazione che non mancò di
suscitare polemiche in quell’edizione.
La gente partecipava in massa, i costumi si erano fatti più sfarzosi e tutti
(più o meno) parteciparono con un carro.
Il nostro era molto elaborato. Vi erano due sirene (Laura Farasin e Daniela
Canapini) tra le onde e un vecchio barbuto (Andrea Casprini), allegoria del
Fiume Staggia, con tanto di tridente. (v. foto 


).
Gli fu preferito un altro allestimento, ovvero la muraglia cinese ( foto 


), con la motivazione che il nostro era fuori tema, essendo le sirene creature
marine e non fluviali.
Rabbia per i fiumensi che si affrettarono a metter fuori, in occasione del
pranzo rionale, un manifesto rivolto “a tutti gli ignoranti”, dove si
spiegava che le famigerate sirene erano figlie di Acheloo, dio di tutti i
fiumi, compresa la Staggia.
Fu una soddisfazione morale, ma si campava anche di quelle.
La sfilata (come vedremo) fu spesso origine di polemiche più dello stesso
Torneo del Barilotto, essendo maggiormente contestabile l’opinione di una
giuria che non la matematica dei punteggi.
Le serate di quiz cambiarono sede, passando dal cinema Lux, ormai
insufficiente, alla pista da ballo del Circolo Arci (Casa del popolo). Un’ampia
tribuna di tubi Innocenti riuscì a contenere le tifoserie sempre più accanite.
I rioni si strutturavano. Le case erano sempre più imbandierate, le vie sempre
più addobbate di bandierine e striscioni, lampioncini e rificolone , file
di lampade colorate ecc. Nello Viti, infaticabile artefice di allestimenti
decorativi, piantò un enorme “sole di Shanghai” nell’angolo tra la Cassia e via
Berrettini e Dante Bocci (morto a 105 anni nel 1995) si lamentava che i suoi
pomodori non maturavano perché aveva l’orto nel Fiume e il sole era tutto
nell’altro rione.
I costumi e le bandiere da parata si fecero sempre più sfarzosi ed elaborati e
cominciò l’esplosione dei gadgets. Già l’anno avanti i Campi avevano fatto
stampare degli ornati diplomi che recavano in testa la dicitura “Nobile Rione
dei Campi”, attirandosi un po’ d’ironia dagli altri per questa autoinvestitura
nobiliare. Cominciarono a circolare tessere, distintivi e soprattutto
magliette, adesivi e fazzoletti coi colori rionali, come costuma nella
vicina Siena in occasione della simpatica festa del Palio.
Quanto ai giochi seguitò lo sport nazionale, esteso anche all’altra metà del
cielo. Il torneo di calcio femminile fu vinto, se non erro, dal Castello che
eccelleva nelle discipline sportive, ma era carente nei quiz.
Era anche il rione più popolare e amato (con l’eccezione dei Campi). Sarà un
mia impressione (dopotutto sono nato a Castiglioncello), ma a riprova posso
portare i tre o quattro transfughi di altri quartieri (uno anche dal Fiume,
purtroppo) che passarono armi e bagagli nella tifoseria castellana.
Quello del cambio di contrada fu un fenomeno abbastanza marginale,
interessando non più di sei-sette persone su oltre mille abitanti. Negli ultimi
anni, quando il paese iniziò a crescere furono piuttosto i nuovi abitanti che,
non essendo legati particolarmente a un territorio, optarono per il rione che
stava loro più simpatico, invece che per quello di residenza.
I giochi a quiz non furono preparati da Giovanni Scalera, ma “dati in appalto”
allo staff di una radio senese che all’epoca andava per la maggiore: Antenna
Radio Esse. Due speaker della emittente, Claudio e Elsa, presentarono i giochi
nella nuova arena della Casa del popolo.
Non ricordo granché sulle materie che impegnarono i partecipanti; se non vado
errato c’erano la geografia e la cultura generale. Vinse Campi e qualche
maligno mormorò che tra il rione vincitore e i conduttori vi fosse un particolare
feeling. In assenza di prove mi rifiuto di avallare questa insinuazione.
Non mancarono le polemiche e ricordo che noi del Fiume e i castellani, alla
fine dell’ultima serata imprecammo a lungo e rumorosamente contro gli
organizzatori
Esilaranti scenette furono partorite dai filodrammatici rionali. Devo dire che,
se altri aspetti potevano essere trascurati o sciatti, la parte teatrale era
sempre divertente e ben riuscita. I più accurati erano senz’altro i castellani,
i quali nell’anno di cui si discorre riuscirono addirittura a rappresentare una
breve operetta che aveva per soggetto Giulietta e Romeo.
All’estremo opposto noi del Fiume che scrivevamo le scenette nel pomeriggio, le
provavamo subito dopo e le recitavamo la sera stessa.
Di quell’anno ricordo oltre alla succitata e plurireplicata
operetta, una simpatica scenetta del mio rione che aveva per oggetto la parodia
della “Domenica sportiva”, nonché le imitazioni delle “Sorelle Bandiera”, un
trio canoro “en travesti” che all’epoca andava per la maggiore. Sia i Campi che
il Castello le misero in scena nella stessa serata. Riuscitissimo anche uno
sketch di Shangai, con Rolando Chiti, anch’egli orrendamente orrendamente
travestito , che faceva la paziente dal dentista. (
).
Dei giochi ricordo poco. Mi sembra che proprio in questa edizione sia stata
disputata una gara alquanto singolare, consistente nel lanciare un uovo fresco
a un compagno che doveva prenderlo al volo senza romperlo.
Le sfilate che ricordo sono essenzialmente due: quella del Castello per
lo sfarzo di costumi e la presenza di cavalli (foto 



e
altre); quella del Fiume perché fu sciatta e trascurata per protesta. Umiliati
e offesi per l’anno precedente i fiumensi, non potendo esimersi dal partecipare,
decisero di buttarla sulla goliardia. Furono verniciate in bianco e azzurro
la fiat 500 di Marco Maestrini e la “Bianchina” di Tiziano Bocci
e il contributo del Fiume alla sfilata consistette in queste due scassate macchinette
che, stipate di cristiani e di stendardi e precedute dalla bandiera da
parata, si cozzavano tra loro ( vedi foto
).
Lo spirito della Festa era anche questo; le polemiche venivano affrontate con
bisticci e insulti, o con patetici isterismi, spesso con la protervia e le
minacce, qualche volta con soddisfazioni morali che avevano scarsi risultati
pratici, ma almeno erano divertenti. (v. anche
).
Mi è stato raccontato che le premiazioni della sfilata venivano fatte dai
quattro capitani (integrati da un rappresentante degli organizzatori??) che non
votavano segretamente, ma esprimevano a turno il loro voto, cosicché in caso di
parità l’ultimo diventava l’arbitro della situazione.
Non era l’unico meccanismo perverso, l’unica sbavatura. La macchina della Festa
era un gigante dai piedi d’argilla (tanto per non usare i famigerati luoghi
comuni), era cresciuta a dismisura senza avere solide basi, senza gradualità e
senza regole forti e serie.
Per chi “la sentiva” e ci si dedicava la Festa era un gran peso, una fatica che
non sempre ripagava. E nel frattempo stava minando l’organizzazione. Nella
mitologia greca Crono divorò la sua prole: qui, al contrario, i figli stavano
rosicchiando il padre.
La crescente fame di soldi dei rioni stornò a favore di questi,
denari che normalmente erano appannaggio del Gruppo sportivo.
Cominciarono ad apparire le prime sottoscrizioni, le prime questue “door to
door “, addirittura le prime festicciole rionali (Castello a Castiglionalto e
Campi alla piscina Maestrini, altra mitica [e benemerita] istituzione di quegli
anni).Ricordo di aver visto gente del mio quartiere dare £ 3000 a chi accattava
per la Festa e £ 8000 per il Fiume.
Non furono solo le risorse economiche ad essere drenate dai rioni, anche
e soprattutto quelle umane. In questo stesso anno ’79, una notte mi ritrovai a
osservare un fatto che può confermare quanto esposto: i volontari del G.
S. che finivano di allestire il palco e le tribune, erano meno di noi che
stavamo adornando di bandierine il nostro lato di Via Berrettini. Eppure il
loro lavoro era certo più necessario.
E poi le polemiche; sempre più aspre, sempre più accese.
Fu allora, o l’anno successivo, che presi l’abitudine, finita la festa, di
andare qualche giorno da mia nonna in campagna, per riposarmi e …disintossicarmi.
Alla
sua quarta edizione il Torneo del Barilotto aveva raggiunto, pur coi limiti
descritti, la sua piena maturità.
I rioni erano ben strutturati, si finanziavano discretamente e avevano tutti
il loro capitano, capo carismatico e referente dell’Organizzazione.
Anche i quattro popoli avevano ciascuno il suo nome.
Al lezioso campigiani era preferito il più semplice campagnoli o come diceva
il Toppa, “camporaioli”, mentre per castellani non esistevano sinonimi.
Anche il latineggiante fiumensi suonava un po’ troppo ampolloso e qualcuno
propose il dannunziano “fiumani”, ma i più dicevano fiumaioli.
Sciangaini o più raramente “cinesi” furono chiamati gli abitanti
di Shanghai.
Ho parlato di “popoli”, può sembrare esagerato, ma c’era un
forte senso di appartenenza, un campanilismo rionale che ci faceva sentire tra
noi veramente popolo. Ricordo che una volta, per intervenire in una delle tante
polemiche, stavamo preparando un manifesto dove, con un certo sprezzo del ridicolo,
si parlava di “orgoglio della gloriosa nazione fiumense”. E poi
ci si meraviglia se Bossi inventa l’etnia padana e la gente lo segue!
Tutti, più o meno, avevano le proprie insegne, ufficializzate in timbri, adesivi,
tessere, labari e bandiere.
Il Castello aveva la sagoma nera di un maniero in un tondo partito
di bianco e rosso, talora accompagnato dal motto “ Chiuser le porte que’
nostri avversari”. Il Fiume aveva uno scudo di forma strana col profilo
di un vecchio barbuto recante un tridente con una fascia ondata discendente
da sinistra, il tutto d’azzurro in campo bianco e col motto: “po[h]i
ma boni” in capo. Shanghai aveva un tondo partito di rosso e giallo con
al centro la sagoma di un drago nero (v. striscione in
).
Le bandiere invece recavano un tondo giallo in campo rosso. Dell’araldica
dei Campi ricordo poco, se non una simpatica bandiera da parata con uno scudo
verde decussato in bianco. Nei quarti erano raffigurati un pallone, una racchetta
da tennis, un grappolo d’uva e delle spighe di grano (v. foto
).
Le serate cambiarono ancora sede. Per trovarne una più capiente si ricorse a
uno dei due enormi padiglioni del Consorzio agrario, gentilmente concesso grazie
ai buoni uffici dell’Arcivescovo. Le domande furono preparate dai quattro
capitani e presentate nuovamente da Giovanni Scalera. Fra le materie
ricordo una curiosa storia di Siena, che obbligò i tapini a impararsi l’omonimo
volume di Ubaldo Cagliaritano.
I quattro capitani che formavano il collegio dei giurati-arbitri-tuttaltro che
imparziali erano: Iliana Canocchi del Fiume, Andrea Manganelli detto Sciorta
per Shanghai, Antonio Luigi Masia dei Campi e Fabrizio Morelli per il Castello.
Fra le gare sportive ricordo: la Rioniadi, ovvero gare di atletica per via Berrettini;
lo sport nazionale; la gimcana ciclistica (v.
Annales Castelli, p. 9) e il tiro alla fune femminile, vinto dal rione Fiume
che mise in prima fila l’Ercole in gonnella di Castellina, Silvana
Frosini. Lei, la figlia Marcella Nocciarelli, Ines Canocchi e Natalina Maestrini
tirarono via le avversarie come se fossero state capi d’aglio.
In quell’anno si cercò di rendere imparziale e serio il torneo di calcio,
affidando l’organizzazione a un ente di promozione sportiva e istituendo
la coppa disciplina. Meravigliando tutti, questa toccò ai Campi, che godevano
reputazione di litigiosi.
La vittoria nel Barilotto arrise al Castello; era l’unico a non aver mai
vinto e tutti, più o meno, furono contenti. Ricordo che molti ragazzi del Rione,
la notte della premiazione, tirarono l’alba bevendo e cantando(
).
In una delle domeniche successive i castellani festeggiarono con un bel pranzo
nel cortile di Castiglionalto. Solo a loro era toccato in sorte di avere un
posto tanto suggestivo per feste e pranzi. Noi utilizzavamo la piazza o i portici
del palazzo Trilobato, tempio e cuore del Rione, i Campi il piazzale del Centro
arredamenti del Chianti in via XXV aprile e Shanghai la piazza omonima o il
portico della Toscopane. Qualche volta Campi e Castello anche il cinema Lux,
centrale, coperto e neutrale.
Sempre scenette graditissime. Purtroppo ricordo soltanto quelle del mio rione
e la gradevole operetta “I promessi sposi” del Castello ( foto
,
e
).
Una delle nostre scenette parodiava un talk show di Maurizio Costanzo (Paolo
Casprini, uguale!) in cui interveniva Dante Burresi (Dante i’mmerciaio
o Dante di Carla, scomparso da poco; un personaggio e l’ultimo di nome
Dante a Castellina), interpretato da Pinky, alias Manrico Franchi. Il
merciaio claudicante si diceva contento perché Vasco Chellini (castellano
trasferito in via XXV aprile) strappava le bandiere bianco-verdi che i campigiani
gli esponevano sul ballatoio di casa, e così lui vendeva un sacco di stoffa.
Le beffe a sfondo paesano erano sempre le più divertenti!
Vinse Campi per la seconda volta, guidato da una capitana di diciotto anni
Sandra Polato. Al Fiume, dopo anni di magra toccò il trofeo per la migliore
sfilata.
Da quell’anno si decise di dare un tema ad ogni edizione; nel centenario
collodiano la scelta venne naturale: Pinocchio.
I quattro rioni presentarono altrettanti dignitosi carri. Il nostro fu ideato e
realizzato da Guido Pagni, con la collaborazione di tutti i più attivi, nel
laboratorio della Mirandola. Credo, obbiettivamente, che la scelta dei giurati
sia stata la più giusta. Di quella sfilata nell’album vi sono molte fotografie
e un raffronto è facile.
Il capitano di Shanghai sollevò una polemica dicendo che era stato stabilito di
non mettere persone sui carri, ma solo figure inanimate; quindi l’unico a
essere in regola era il loro, che presentava un enorme Mangiafuoco di
legno, opera dell’immaginifico Nello Viti.
Quando si trattò di ritirare i premi, dato che la targa per le migliori scenette
la vinse il Castello, a loro toccò solo una coppa quale premio di consolazione,
che il citato capitano provvide subito a distruggere. Il poco signorile gesto
gli attirò gli sfottò di tutti.
Quell’anno i castellani ebbero una brillante idea: pubblicarono un numero unico
dedicato alla festa 1981 e - in pomposo, ma adeguato, “latinorum”- lo
chiamarono Annales Castelli.
È riportato in appendice copiato integralmente. Ritengo che la fresca e
particolareggiata cronaca di allora illustri la Festa più e meglio dei
miei invecchiati e sommari ricordi, oltre a variare il punto di vista
rispetto alla mia forzatamente parziale esposizione.
Anche tra i rioni non mancavano i problemi. Il Fiume, dopo essere stato guidato
per due anni da Iliana Canocchi, era in crisi di leadership perché nessuno
voleva assumersi l’onere di fare il capitano. Si arrivò addirittura a ventilare
una fusione col Castello, idea a cui molti del rione amico non erano ostili.
Non si sarebbe trattato della somma di due impotenze, che com’è noto danno
luogo a un’altra impotenza, ma al contrario avrebbe creato un megarione
imbattibile. Era una follia che avrebbe stravolto tutto e che fortunatamente
abortì perché il Fiume trovò un valido ammiraglio in Andrea Casprini, due volte
vittorioso.
Franco Verdiani in quel luglio afoso commentò: “- Nonostante la grande calura,
non ci siamo fusi!-“ E con questo epitaffio fu sepolto lo scellerato
progetto.
Quell’anno le serate ebbero luogo nel parco pubblico di via XXV aprile,
da poco inaugurato. Si cercò di semplificare i giochi sul palco abolendo le
odiate materie da studiare e limitando le domande alla cultura generale. Autore
e presentatore fu di nuovo lo Scalera, che propose anche un gioco simile al
Musichiere.
Quanto a competizioni sportive e altro, rimando al programma della
Festa 1982 che è riprodotto in appendice, spiegando alcune cose:
a) La corsa campestre, di nuova introduzione, era aperta a tutti, ma venivano
presi i tempi dei primi tre arrivati di ogni rione per attribuire il punteggio.
b)La gara di regolarità per motorini monomarcia fu disputata nel
vecchio campo sportivo, dove attualmente (purtroppo) si trova via
IV novembre. Non sono sicuro che si sia effettivamente svolta nel pomeriggio di
domenica 5 settembre, anzi mi pare che sia stata rimandata a venerdì 10.
Il giochino fu fonte di polemiche perché il capitano dei Campi, Stefano Grassi,
insistette per far partecipare il fratello Claudio che, pur lavorandovi, non
risedeva a Castellina. L’ebbe vinta.
c)Il gioco del bidone consisteva, se ben ricordo, in una gara tipo “Giochi
senza frontiere”, in cui si doveva trasportare acqua in secchi per riempire un
bidone. A questo dovrebbe riferirsi la foto
, in
cui Luca Morelli, detto Banana, corre fradicio e quasi nudo per via
Berrettini.
d)Il gioco della coppia, ammesso che sia stato effettivamente disputato, non
ricordo per niente che cosa fosse.
La festa ebbe inizio e Castello partì alla grande, trainato dai suoi consueti
eccellenti risultati sportivi. Noi del Fiume, per contro, ci trovammo ben
presto ultimi. Anche la Caccia la tesoro a piedi, dove eravamo quasi dati per
favoriti, non ci risollevò granché.
Fu questa una manifestazione simpatica, scaturigine di bischerate, sfottò e -
tanto per cambiare - polemiche. Un rione, non ricordo quale, portò un semaforo
di plastica in luogo del previsto cavatappi. Questo e altri esilaranti errori
fornirono materia al consueto sarcasmo. Il capitano del Castello, Fabrizio
Morelli, fu accusato di aver spiato gli altri rioni.
Tra i fiumensi regnava un certo sconforto. Era dal 1977 che non vincevamo;
finché eravamo gli eterni secondi si poteva dare la colpa alla sfortuna, ma
trovarsi ultimi incontrastati era abbastanza avvilente. Le consuete
raccomandazioni a S. Antonio conobbero un eccezionale e sincero
incremento e il Santo, come fa di solito, non mancò di intercedere.
La riscossa partì la sera successiva, con la “serata culturale per i rioni,”
come pomposamente recita il programma. Era prevista una serie di cinque domande
di difficoltà e punteggio crescente, da uno a cinque, per un totale di quindici
punti. La squadra del Fiume, composta da Marco Maestrini e da me, rispose
esattamente alle prime quattro, il Castello a nessuna e la distanza tra i primi
e gli ultimi si ridusse così di dieci punti. Ma la stoccata finale fu
assestata con i quiz musicali. I concorrenti dovevano indovinare i brani
eseguiti alla pianola dallo Scalera; chi per primo premeva il pulsante,
aveva diritto a rispondere. Per il Fiume, partecipava Palmetta Raito
Pellegrini e qui apro una parentesi. La signora in questione è figlia di
Umberto Raito, che fu grande sonatore dilettante di strumenti a corda. A
Castellina si ricordano ancora i suoi concerti improvvisati per il paese con
Beppe di Marietta, alias Giuseppe Del Giovane. In virtù di tale paternità,
Palmetta conosceva la musica leggera come l’Ave Maria e indovinò gran
parte dei motivi proposti, portando il mio rione in cima alla classifica, da
cui non sarebbe più stato scalzato.
Anche nelle rimanenti manifestazioni sportive ottenemmo discreti piazzamenti,
mentre lo sfortunato Castello si vide sorpassare anche dai Campi,
classificandosi solo terzo.
La sera finale erano previste le classiche scenette e noi ci prendemmo la
soddisfazione di sfottere tutti in modo bonario e senza l’acredine consueta.
Eravamo troppo contenti per avercela con qualcuno e la nostra vittoria fu
accolta abbastanza bene da tutti. Il popolo del Castello, per quanto
amareggiato, ci era troppo amico per manifestarci rancore e anche i Campi erano
soddisfatti per la sconfitta dei poco amati rivali.
Le scenette, come al solito, furono esilaranti. Ricordo quella di Shanghai (che
vinse, se non ricordo male), in cui il compianto Mario Ticci interpretava il
tenente Kojack, assistito da Vittorio Chellini nei panni dell’ispettore Kellin.
Mario era un personaggio buffissimo, nel parlare, nel camminare e nelle battute
e anche in uno degli anni precedenti aveva dato spettacolo esibendo in tutù la
sua poco tersicorea mole.
La sfilata, con soggetto Garibaldi, fu invece vinta dai Campi, che, oltre
ad avere un bel carro, aveva anche la fanfara e un team di majorettes che da
solo valeva un premio. (V. foto passim)
Nonostante la generale atmosfera di simpatia con cui fu accolta la vittoria del
Fiume, non mancò qualche polemica. Non potendo obiettare nulla sui
risultati, qualcuno trovò da ridire sulla struttura complessiva dei giochi. Si
fece notare che era ingiusto decidere il barilotto con poche domande in una
serata, rendendo vano lo sforzo di chi si prodigava in gare ben più faticose e
impegnative. L’anno successivo l’ingiustizia, se tale era, fu sanata.
I capitani di quell’anno erano: Andrea Casprini (Fiume), Stefano Grassi
(Campi), Fabrizio Morelli (Castello) e Graziano Ragoni (Shanghai).
L’ultima edizione del
Barilotto fu organizzata direttamente dai quattro capitani, essendosi ormai sciolto
il glorioso Gruppo Sportivo. Questi signori, che erano gli stessi dell’anno
precedente, con l’eccezione di Fabrizio Morelli sostituito dal fratello Luca,
si accollarono il non leggero onere, aiutati da qualche volenteroso.
Ne uscì una festa più che dignitosa, sebbene un po’ in versione ridotta e con
le stimmate della decadenza. Le domande, come ho detto, furono abolite,
lasciando solo qualche giochetto di abilità per le serate del Barilotto. Da
quelli e soprattutto dalle gare sportive, dipendeva il punteggio finale.
Devo ammettere che di quest’ultima edizione ricordo meglio il clima che non lo
svolgimento.
Noi del Fiume, galvanizzati dall’inaspettata vittoria dell’anno precedente ci
trovammo a essere particolarmente attivi e motivati in un contesto che
invece mostrava una certa stanchezza e fu la nostra fortuna.
Il mio rione (troppa grazia Sant’Antonio) vinse per la terza volta e per il
secondo anno consecutivo. Ricordo solo che arrivammo primi nella campestre
femminile e nella gara dei motorini monomarcia. In questa competizione ci
impegnammo particolarmente: fra lo scetticismo dei più ci procurammo a
Poggibonsi un mezzo che ci era stato raccomandato come eccezionalmente veloce
e che in effetti si rivelò tale. Abilmente guidato da Massimiliano Siragusa
e Tiziano Bocci ci assicurò la vittoria nella gara.
La corsa si svolse nello sterro su cui doveva poi sorgere l’attuale via G. di
Vittorio e il proprietario del ciclomotore fu poi invitato al
pranzo della vittoria.
I miei corrionali dicevano maliziosamente che abolire le domande non era
servito a nulla, perché il Fiume aveva vinto lo stesso.
Della campestre devo rievocare un episodio particolarmente bello, che non so
con certezza se attribuire al 1983, oppure all’anno precedente.
Tiziano Volpi e Pino Amoroso furono i due podisti più veloci rispettivamente di
Campi e Castello; corsero in testa pressoché affiancati per tutto il
percorso. Giunti all’arrivo, in via XXV aprile, invece di tentare scatti e
fughe, si presero le mani levandole in alto e tagliarono insieme il traguardo,
dimostrando che l’amicizia sportiva tra giovani era più forte dello spirito
competitivo e delle rivalità. Tutti applaudirono e nessuno, tra i tifosi dei
due rioni trovò nulla da obiettare.
Il punteggio finale (che ricavo dalla penultima fotografia, la
) fu:
Shanghai 20 ½;
Castello 24 ½;
Campi 30;
Fiume 35.
Si arrivò in fondo
tra polemiche di cui non ricordo bene né l’origine, né il contenuto.
Mentre la nave affondava i marinai litigavano tra di loro.
Cito, a suffragare i miei sbiaditi ricordi, qualche passo significativo dalla
bozza di uno dei tanti volantini mai stampati e intitolata “Lettera
aperta dei ragazzi del Fiume a tutti i rioni:
<<[…] Doveva essere quella di quest’anno, una festa d’esperimento e di
transizione: dal suo successo dipende il futuro di questa nostra manifestazione.
Tutto questo ovviamente ha reso e rende precario lo svolgimento presente e
futuro di essa e in queste condizioni ogni cosa che venga a turbarne la
regolarità, minaccia di comprometterla per sempre. […]
L’impegno è gravoso, e tutti dovremmo essere responsabili e privilegiare
l’interesse generale rispetto a quello particolare.
Se la festa finirà non ci saranno più rioni da sostenere.
Vogliamo altresì condannare un certo clima di astio che si va creando […],
alimentato da un sentimento che nulla ha a che vedere con lo scherzoso
antagonismo e tutto, ci sembra, con il feroce odio tribale e dal
quale forse nessuno di noi è del tutto immune.
Forse sarà perché siamo incapaci di reagire alle prese in giro, alle sconfitte,
alle provocazioni oppure, e sarebbe una cosa squallida, perché qualcuno
approfitta della festa per dare sfogo a vecchi rancori.
Ricordiamoci che il sonno della ragione genera mostri e che tutto questo va
preso per quello che in effetti è: un gioco, un gioco che dovrebbe favorire i
rapporti umani e non distruggerli.>>
Con questi presupposti non c’è troppo da meravigliarsi se qualcuno tirò un
sospiro di sollievo quando la Festa ebbe termine
I Campi ce l’avevano a morte con noi, non ricordo (o forse non l’ho mai capito)
se per qualche “querelle” particolare o semplicemente perché irritati dal
ripetuto successo del Fiume. Gli altri erano abbastanza apatici.
Con questo strano clima si arrivò alla giornata finale, domenica 11 settembre.
La sfilata aveva per tema la satira politica e vinse Shanghai, con un carro
recante personaggi camuffati con maschere di caucciù che riproducevano la
fisionomie dei politici italiani. Il nostro era invece dedicato alla corsa agli
armamenti tra Stati uniti e Unione sovietica. Ronald Reagan (Tiziano Bocci con
sigaro e cappello texano) giocava a scacchi coi missili con Juri Andropov
(Floriano Stricchi in colbacco). Oltre a essere quello che ricordo meglio è
l’unico di quell’anno le cui foto compaiono nell’album, purtroppo. In
quell’occasione anche noi esibimmo un discreto team di damigelle in minigonna,
che, pur non essendo di coscia lunga come quelle dei Campi 1982, facevano la
loro figura (V. foto
).
Degli altri ricordo poco o nulla.
La sera ci fu la premiazione nella sala del Circolo ARCI, che è piccola, ma
data l’inagibilità del Cinema Lux, era anche l’unica disponibile.
Erano previste anche le scenette. Castello (che fu premiato) e Shanghai
presentarono due sketch dignitosi; noi rabberciammo qualcosa all’ultimo
minuto perché l’assenza era sanzionata e ne approfittammo per lanciare - quale
replica per le contumelie che ci avevano cantato alla sfilata - qualche
frecciata ai poco amati Campi, i quali non parteciparono per nulla,
infischiandosene della penalizzazione. E questo la dice lunga sull’aria di
smobilitazione che si respirava: in un altro momento un atto del genere sarebbe
parso un’umiliante rinuncia.
Noi cantavamo“- E come l’anno scorso, e come il prossim’anno/ s’è vinto anche
quest’anno – “, ma non ci fu un altro anno.
Eravamo all’apice del successo, attiravamo gente come il Castello negli anni
precedenti e festeggiammo la vittoria col consueto entusiasmo, ma noi pure
accusavamo lo stress, il clima velenoso e la precarietà della nostra Festa.
Il gruppo degli improvvisati organizzatori si sciolse subito e l’avvenire si
presentava molto, molto incerto.
L’autunno e l’inverno passarono senza che nessuno avanzasse proposte, o che
semplicemente sollevasse in modo serio il problema. Era nota l’opinione di Don
Giovanni, il nostro amato Jack, ora vescovo di Pescia: se nessuno intendeva
occuparsi della Festa patronale, la palla sarebbe passata al parroco, che
ovviamente non poteva porsi nell’incomodo ruolo di arbitro tra quattro
antagoniste porzioni del suo gregge.
Si vociferava della costituzione di un comitato o della ricostituzione di un
gruppo sportivo. Qualcuno, più fantasioso parlava di far organizzare la Festa
al rione vincitore dell’ultima edizione, limitando la gara agli altri tre, ma
non se ne fece di nulla.
Anche dai rioni ufficialmente non venne nulla, non una riunione, non un
appello, non una pronuncia; ormai ci si rassegnava alla fine.
Si arrivò a primavera e il Parroco, in assenza di alternative concrete,
indisse un’adunanza per preparare la festa 1984. Le voci a favore del Barilotto
furono poche e rappresentavano più un’esortazione e un auspicio, che non un’assunzione
di responsabilità. Ricordo che anch’io fui tra gli ostili, come la maggior
parte dei miei (più o meno) coetanei presenti.
Adesso, col senno di poi, penso che questa Comunità abbia perduto un’occasione
rinunciando al Barilotto, ma allora non mancavano i motivi.
Il clima era veramente astioso e spesso l’agonismo si trasformava in fanatismo.
Un artigiano di Castellina raccontò addirittura di aver perso qualche cliente,
a causa del tifo rionale.
Nel nostro paese si è sempre lamentata l’assenza di sano campanilismo e in
questa occasione ne abbiamo dato prova; le ragioni della divisione prevalevano
quasi sempre su quelle dell’unità. Tutto questo, come ho già detto, logorava il
clima e gli animi e in ultimo la stanchezza si trasformò quasi in cupio dissolvi.
Più che rincresciuti, alla fine, ci sentivamo sollevati. Ma non è tutto.
I più attivi del dissolto Gruppo sportivo erano scottati e se ne lavavano le
mani. Don Giovanni gradiva poco che la gestione della festa non facesse
capo alla parrocchia. Era abbastanza stufo di sostenere scontri
epici con poco pii organizzatori ogni volta che si dovevano conciliare le
esigenze (e gli orari) del culto con le manifestazioni profane.
Essendo l’unica autorità rimasta il suo parere contava molto e la sua idea
aveva abbastanza seguito, o per convinzione o per rassegnazione, specialmente
tra i più attivi in parrocchia. Io ero tra quelli, non eravamo pochi, tutti
abbastanza giovani e tutti impegnati nei rispettivi rioni.
Il destino ormai era quello, anche se comportava il sacrificio del
Barilotto.
Tutto questo, sommato a un po’ di noia, causò secondo me la fine della gloriosa
Festa dei Rioni, l’unica occasione in cui Castellina Scalo aveva proiettato una
certa immagine di sé anche all’esterno, specialmente grazie alla Sfilata.
L’edizione 1984, la prima del dopo-Barilotto, riuscì abbastanza dignitosa,
anche se un po’ malinconica. La mancanza si sentiva e si continuò a sentirla
per qualche anno, poi ci siamo riabituati alla Festa patronale senza quei rioni
che tutti ricordano.
La tradizione, che ha un sodo radicamento, anche senza Barilotto continua come
ce l’ha lasciata Don Luigi. Con tante manifestazioni profane e sacre, affollate
le une e le altre, alla faccia della secolarizzazione.
Il ricordo rimase; anche qualche speranza di restaurazione. Mi è caro
qui rammentare come Ines Canocchi ha conservato religiosamente per
anni il librettino bancario con la cassa del rione Fiume; solo poco tempo
fa le trecentomila lire che vi erano depositate sono state date a una famiglia
bisognosa.
Nel 1993 la Mostra ripropose l’argomento. Ci divertimmo con le vecchie
immagini, si discusse un po’ sui perché della fine e qualche ultimo
nostalgico sostenne il ripristino della manifestazione, specialmente tra gli
attivi dell’Associazione che ha ereditato gli scopi del vecchio Gruppo
sportivo. L’idea fu respinta, direi giustamente. Sarebbe stato come voler
rivivere un amore adolescenziale a cinquant’anni. Una cosa patetica.
Vent’anni cambiano sapori e situazioni: meglio ricordare con tanta nostalgia,
un po’ di (auto)ironia e nessun rimpianto, che sognare improbabili
riesumazioni. Parce sepulto.
A.G.
Castellina
Scalo, 19 novembre 1998